Tatafiore e la linea della fermezza (con qualche dubbio residuo)

Al direttore – Noi che non amavamo la fermezza contro il terrorismo comunista (ma la invocavamo contro quello fascista e contro le “stragi di Stato”), che detestavamo l’ammucchiata dell’unità nazionale perché volevamo l’alternativa di sinistra, che ci muovevamo, a Roma, tra via Tomacelli (il manifesto) e via di Torre Argentina (partito radicale) per repulsione verso le leggi speciali e a favore del garantismo di Rossana Rossanda e di Marco Pannella, che non chiamavamo i brigatisti rossi “compagni che sbagliano”, che nel 1983 eleggevamo al parlamento italiano Toni Negri, noi dovremmo dire qualcosa.
16 APR 09
Ultimo aggiornamento: 19:13 | 15 AGO 20
Immagine di Tatafiore e la linea della fermezza (con qualche dubbio residuo)
Pubblichiamo un articolo di Roberta Tatafiore dal Foglio del 20 marzo 2004 su terrorismo e Occidente.
Al direttore – Noi che non amavamo la fermezza contro il terrorismo comunista (ma la invocavamo contro quello fascista e contro le “stragi di Stato”), che detestavamo l’ammucchiata dell’unità nazionale perché volevamo l’alternativa di sinistra, che ci muovevamo, a Roma, tra via Tomacelli (il manifesto) e via di Torre Argentina (partito radicale) per repulsione verso le leggi speciali e a favore del garantismo di Rossana Rossanda e di Marco Pannella, che non chiamavamo i brigatisti rossi “compagni che sbagliano”, che nel 1983 eleggevamo al parlamento italiano Toni Negri, noi dovremmo dire qualcosa.
Con la memoria e l’esperienza, e mettendoci un mano sulla coscienza, dovremmo essere capaci di articolare un pensiero su somiglianze e differenze tra i terrorismi degli anni Settanta e Ottanta che volevano far saltare il nostro paese e il terrorismo di oggi che vuol far saltare l’Occidente. Una prima differenza sta nel fatto che allora c’erano i rossi, i neri, l’Ira, l’Eta, i guerriglieri palestinesi che cominciarono con le olimpiadi di Monaco (1972) (e il giudizio su quell’atto di guerra ci divise pesantemente, sinistra e radicali) e attivarono operazioni anche da noi. Oggi ci sono gli islamici fondamentalisti e basta. Allora i soldati del terrore non mettevano in conto la propria vita, oggi sì. Ma, esattamente come oggi, anche allora c’era lo stillicidio quotidiano del sangue versato. La differenza sta nelle proporzioni.
Le nostre battaglie “né con le Br né con lo Stato” (sinistra) o per lo Stato di diritto (radicali) puntavano sul riconoscimento politico degli avversari, criticavano l’uso emergenziale delle leggi e della forza, preferivano la trattativa alla chiusura di fronte a qualsivoglia mediazione. Non siamo riusciti a evitare la condanna a morte all’onorevole Moro, ma a salvare la vita del magistrato Giovanni D’Urso (1980) sì. Eravamo anime pulite e orgogliose di lottare – da innocenti – controcorrente. Gli anni trascorsi ci hanno tolto l’innocenza, ci hanno lasciato la dignità della testimonianza.
Ma il terrore italiano non lo abbiamo sconfitto noi. Neanche il fronte della fermezza riuscì a vincere fin tanto che la parabola ascendente delle organizzazioni terroristiche non cominciò a declinare. E però la mano repressiva dello Stato, la guerra alla guerra, contribuì non poco. Il terrorismo (parlo di quello comunista che conoscevo meglio) fu sconfitto perché stritolato dalle leggi speciali e dalla perdita di tolleranza e/o di consenso nelle aree dell’estremismo politico (parte dei sindacati, la quasi totalità dei movimenti) accompagnata dall’acquiescenza della gente al mercato che – vista con i miei occhi – ancora durante il rapimento Moro non aprì bocca all’arrivo di tre, passamontagna e guanti neri, con i loro volantini. Il terrorismo fu sconfitto quando i suoi vertici diventarono sempre più paranoici, i pentimenti favoriti dalle leggi di Stato sempre più frequenti, i reclutati sempre più scadenti (sparavano e si pentivano). La resa dei terroristi ci mise tempo ad arrivare. E perché la spirale di sangue si concludesse ci vollero ancora parecchi anni dopo la liberazione, per trattativa, di Giovanni D’Urso.
In mezzo furono nefandezze: morti per sbaglio, morti comminate ai più umili servitori dello Stato, morti di Stato dei “combattenti” in omaggio alla legge del contrappasso, torture in carcere ai “prigionieri politici”, soprusi inflitti agli ostaggi nelle “prigioni del Popolo”. Per me è difficile, ancora oggi, identificarmi con la fermezza di allora. E che il guerra-chiama-guerra sia una jattura, lo continuo a pensare. Ma è una disgrazia insistere sulla presunzione di innocenza, sull’orgoglio dell’essere altrove, e sono sconcertanti le meschine contabilità sulle sconfitte della nostra parte, i vezzi di addebitare a noi il conto dei nostri morti, vittime di chi ci odia. In Spagna, in Iraq, in Israele. Ovunque.